Opere Letterarie

Nostalgia

 

La nostalgia non è un'onda.

È sale sotto la pelle,
un livido azzurro che impara il mio nome.
Dorme sotto le mie costole,
paziente come la ruggine,
in attesa che il più piccolo silenzio
sbocci.

La giovinezza è una bocca affamata.
Ingoia ogni cosa,
perfino la luce.

Ora mi strappo via
come vecchia carta da parati dai muri della memoria.
Sotto ogni lembo,
un altro volto,
un'altra promessa
lasciata a respirare nel buio.

La responsabilità è cresciuta in silenzio—
non una corona,
ma filo di ferro.

Ha cucito il cuore
con mani che sembravano le mie.

Di notte il passato
si riempie d'acqua.

Le stanze si gonfiano.
Le porte dimenticano i loro cardini.
I fantasmi arrivano indossando la mia infanzia
come abiti presi in prestito,
gli orli grondanti di anni.

Non accusano.

Restano ai piedi del letto,
stringendo tra le mani le piccole cose luminose
che ho abbandonato
per diventare qualcuno di utile.

 

Fuori, la marea custodisce il suo silenzio.

Dentro, risale la mia gola,
e ogni respiro sa
di qualcosa di quasi ricordato,
quasi perdonato—
del mio primo nome.

 

-Lente Scura

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Una bocca piena di stelle


Noi, i camminatori del giorno,

ci muoviamo tra i vivi

con la conoscenza dei fantasmi.


Udiamo il silenzio sotto le loro voci;

vediamo i loro volti illuminati

da una fiamma presa in prestito.


I loro occhi sono già svuotati,

mentre contano i piccoli, pallidi debiti

che devono alla polvere.


Senti le stelle

morire dentro i loro cuori bianchi.


Anche nel morire,

continuano a tendersi—

i loro impulsi spezzati pulsano

attraverso le costole del Cielo,

ancora inseguendo il calore

che hanno già perduto.


Le nostre menti frenetiche—

esauste, in astinenza,

tremanti sotto il peso di sé stesse,

scosse dalla fame

che l'esistenza stessa genera;

sempre protese

verso ciò

che finalmente placherà il sangue.


L'insopportabile battito dell'esistenza

rallenta.


La fame si allenta.

E oltre ogni slancio verso il raggiungimento

attende il luogo dove il desiderio muore—

dove ogni stella estinta

cessa finalmente di cercare,

e riposa—

un cuore morto

liberato dalla sua fame,

custodito dentro

la terribile misericordia

dell'Infinito.


Una bocca piena di stelle.


-Lente Scura

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La Marea Mantiene il Suo Patto

 

Galleggia.

La schiuma mi accoglie
Con la pazienza di un'antica monaca,
Velata di bianco,
Le sue mani lente
Si stringono alle mie membra
Come se mi avessero ricordato
Ancor prima della nascita.

Parla nelle lingue
Dei secoli annegati,
Con la bocca colma di sale
E di antiche profezie,
Non esorta alla fuga,
Ma all'abbandono.

La Morte—

È una maschera
Morbida quanto la mia pelle,
Distesa sul volto del mattino,
Là dove verità e menzogna
S'inginocchiano insieme,
Incapaci di distinguere
Chi abbia sepolto l'altra.

Oltre le braccia rotanti del Giorno,
Oltre la Luna,
Che preme il suo pollice d'argento
Sul livido azzurro del mare,
Qualcosa scandisce il tempo.

Lo avverto
Molto prima che giunga.

Per giorni
Raschia il suo corpo oscuro
Sulla soglia dei miei pensieri,
Si distende
Come velluto umido
Su pietra in rovina,
Filtrando in ogni crepa dimenticata,
Vischioso,
Lucente come un frutto appena aperto,
Paziente come la muffa.

Il Sole solleva
Il suo volto consacrato,
Eppure perfino il Cielo
Porta la sua ferita nera.

Non riesco
A distogliere lo sguardo.

La mia spina dorsale
Si piega verso di lui,
Non per adorazione,
Ma per riconoscimento.

Non vi è alcuna virtù
Nel serrare la porta
A ciò che ha sempre posseduto la chiave.

Ciò che viene per me
È più antico della preghiera,
Più antico del dolore,
Una marea che ricorda
La prima frattura del mondo.

Quando mi raggiunge
Non colpisce.

Entra.

Onda dopo onda,
La sua bocca ha il sapore
Del miele
E del ferro.

Il desiderio
Indossa i denti della violenza.

La violenza risponde
Con la voce della nostalgia.

Mi apro
Come una cattedrale
Abbandonata al mare,
Ogni navata si colma
Finché perfino il mio silenzio
Impara la lingua dell'annegare.

E ancora mi raccoglie,
Con tenerezza,
Con ferocia,
Come se l'essere consumata
Non fosse altro
Che un altro nome
Per il ritorno a casa.

 

-Lente Scura

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Il Cordone Rimane

 

Il cordone

rimane.

Un filo pallido e paziente

sotto la pelle degli anni,

sotto la fiamma congelata della fotografia,

dove io sono catturato non come carne viva

ma come prova.

 

Un singolo lampo di luce ardente

ha sigillato la mia esistenza in una cornice.

La macchina fotografica di Dio,

quel freddo occhio meccanico,

ha registrato il seguito di un crimine invisibile—

una vittima preservata nel silenzio d’argento,

resa eterna.

 

Poi, nella mia immobilità, nel mio torpore,

l’inverno giunse con le sue mani di cristallo

e costruì una cattedrale intorno a me.

Divenni la reliquia dentro il vetro,

il bambino e il cadavere,

l’inizio e la fine,

racchiusi dentro un unico grembo trasparente.

 

La mia bocca si muove lentamente.

Le parole fuggono senza suono.

Parlo al gelo,

alle pareti,

agli alberi antichi là fuori

che ondeggiano con magnifica indifferenza.

 

I pini non mi piangono.

Hanno visto regni svanire,

hanno visto gli amanti diventare polvere,

hanno visto i cieli spalancarsi

e disperdere i nostri ricordi nell’oscurità.

 

Il cordone che credevo reciso

attendeva sotto la carne.

È ritornato come una spirale di ferro e fulmine,

una molla che si stringe dentro l’anima,

che trascina verso l’interno tutta la creazione—

i pianeti erranti,

le stelle morenti,

le galassie dimenticate

che cadono nella bocca dell’oblio.

 

E io tendo le mani.

Con queste fragili mani,

queste ossa temporanee,

afferro i margini dell’esistenza

mentre l’universo si ripiega su sé stesso.

 

Cerco la cucitura

dove potrei liberarmi,

dove potrei recidere l’ultimo filo

e restare solo sotto il cielo.

 

Ma il cordone non è soltanto una catena.

È la prova che sono stato connesso.

È la ferita.

È la cicatrice.

È la terribile radice vivente

da cui continuo a crescere.

 

E da qualche parte oltre le stelle che collassano,

oltre il vetro,

oltre la camera gelata di me stesso—

qualcosa ancora respira.

 

-Lente Scura

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Corri

 

Perché gli dei hanno smarrito la forma della tua anima,
e il Cielo ha chiuso il suo occhio immenso e indifferente.
Il tuo nome pende come una stella morente in un firmamento vuoto,
una parola che il vento porta via
prima che possa diventare una preghiera.

Corri.

Perché i tuoi anni ti furono sottratti
prima ancora che potessero appartenerti,
strappati come fiori appassiti da una primavera mai nata.
Le mani che scrissero il tuo destino erano nascoste ai tuoi occhi,
e ti sei risvegliato in una casa di specchi,
dove ogni porta era già aperta,
ogni stanza già in attesa.

Vai oltre il dominio del sole.
Oltre il pallido sguardo del mattino,
quella crudele lanterna che rivela
le rovine che hai sepolto sotto la tua pelle.

Vai dove le stelle sono antiche e spietate,
dove non conservano memoria della tua sofferenza,
dove i cieli non pronunceranno più il tuo nome
con una voce che tu possa riconoscere.

Corri

Anche se la terra berrà le tue impronte
e le conserverà come segreti sotto il gelo.

Corri

Anche se l’ombra al tuo fianco ti seguirà senza comando,
un quieto gemello nato dalla prima ferita,
l’unica creatura che non ti ha mai abbandonato.

Corri finché il tuo nome diverrà una macchia sul silenzio.
Finché il volto nello specchio sembrerà quello di uno straniero
che ha ereditato i tuoi occhi.
Finché la voce dentro di te—
quel testimone sepolto,
quel prigioniero insonne—
svanirà nelle oscure stanze dell’oblio.

Corri

Non verso una terra promessa.
Non verso la misericordia di un’altra alba.

Corri perché c’è qualcosa dentro di te
che è sopravvissuto a ogni fuoco,
a ogni inverno,
a ogni tentativo di scomparire.

Corri perché sei stanco
di portare il peso della tua stessa esistenza.

Corri perché la distanza più grande non si trova
tra la terra e il cielo,
né tra una stella e l’altra—

Ma nell’abisso infinito
tra l’anima che ti guarda dallo specchio

e l’anima
che non riesce più a sopportare di essere vista.

 

-Lente Scura

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 Carosello

 

Questa giostra in scala di grigi
è estenuante—
i suoi cavalli, tutti ossa e gesso,
si impennano senza suono,
i loro occhi dipinti consumati
bambini
che eravamo, o siamo ancora,
girando, girando.

 

i pali mormorano un inno opaco—
metallo che rode metallo—
una marionetta della routine
tesa da un tempo invisibile.

Sopra di me, il baldacchino
nastri cinerei che si srotolano come urla silenziose.

La musica—
una ninna nanna rosicchiata fino al midollo,
che ripete il proprio disfarsi.

 

Voglio scendere—
ma il terreno è fatto di questa rotazione,
i miei piedi hanno imparato
questa orbita lenta e incessante.

Così, continuo a girare—
i denti serrati sul sapore della polvere,
conto le rivoluzioni
come grani di un rosario di fumo,
pregando non per fermarmi,
ma per una frattura—
un colore improvviso, violento
che spacchi il mondo in due.

 

-Lente Scura

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Gravità

 

La gravità chiama.

Torce.

Capovolge.

Un antico, prodigioso congegno,
che, come la ruota del confettiere,
trae alla luce
le fibre nascoste del mio essere,
finché non sono più
nel familiare abito
di me stessa.

Osservo
la mia stessa rovina
con quella strana tenerezza
riservata alle cose
che già scivolano
nella memoria.

Ho desiderato soltanto
bere
l'amarezza
delle stelle
che si ripiegano
su se stesse.

Contemplare
quei fuochi sovrani
rinunciare al proprio dominio
e discendere
nell'abisso silenzioso
dal quale,
forse,
ebbero origine.

Immergermi
in una tenebra
forgiata
da una luce estinta.

Là discenderei,

sotto isole erranti
i cui tremuli raggi
di luna dorata
cadono sulle acque,
troppo fragili
per seguirmi
negli abissi.

Nuotare
attraverso mari
che ancora custodiscono
il tepore
di soli scomparsi,
come se la memoria stessa
fosse più durevole
della fiamma.

Là rimarrò,

molto tempo dopo
che l'ultima stella
sarà svanita
dai tuoi occhi,

molto tempo dopo
che i cieli
avranno dimenticato
la propria luce.

Poiché quell'abisso
non conosce
né rive
né fine.

Accoglie ogni luce,

eppure
non è mai colmo.

 

-Lente Scura

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Alone Invertita

 

Le leggi che vincolano le stelle
Al loro corso
Discendono senza nome,
Trovando il corpo
Come la brina trova la foglia—
Silenziosamente,
Finché la forma familiare,
Curvata sotto il peso del Tempo,
Si deforma,
Diventa
Un'ombra capovolta,
Un'aureola rovesciata.

Così la vecchia forma cede.

Sebbene lo specchio rimanga immutato,
Registra,
Senza esitazione,
Senza giudizio,
La medesima disfatta.

Le ossa custodiscono il loro antico silenzio.
La pelle beve l'oscurità
Finché l'ombra non è più assenza
Ma eredità.

Ogni frattura si apre
Come una porta stretta.
Ogni inversione dischiude
Una geometria nascosta sotto la carne,
Dove ciò che appariva infranto
Era soltanto incompiuto.

Qualcosa emerge.

Non più luminoso.
Non più puro.

Soltanto più vero
A un disegno oscuro
Scritto prima della memoria,
Prima che il vento spietato
Scoprisse la propria voce
Fra i rami
Del primo bosco nero.

Avanza con passo incerto,
Come se la creazione stessa
Avesse scambiato la rovina
Per un nuovo principio.

 

-Lente Scura

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La Danza Oscura Interiore

 

La danza oscura dentro di me

La maschera si allenta.

Non si strappa,

si riversa dal mio viso

come una marea che si ritira dalla riva,

lasciando solo il sale di ciò che ero.

 

Ho portato quest'ombra

come una seconda pelle,

ma ora trabocca da me,

un nastro nero che si srotola

nell'oscurità.

 

C'è un silenzio nel lasciare andare,

non vuoto,

ma pesante come ali

appena prima di sollevarsi.

 

Il corpo si piega,

non in segno di sconfitta,

ma come un ramo

quando cade l'ultima foglia.

Sono più leggero.

Sono lo spazio

tra le note di una canzone morente.

 

-Lente Scura

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Passione in Scena

 

Sono in preda all’ansia—
mi nutro di stress che scorre nel sangue.
Fame nel petto,
il desiderio di non riposo.

Il mondo sotto i miei polpastrelli;
l’infinito raschia contro i miei fianchi.
Strappo i versi che sembrano sicuri
e li strofino a nudo—li faccio bruciare.

I finestrini del treno mi portano via il mondo:
i volti si sfocano, si sciolgono nella pioggia.
Qualcosa in me fiorisce—
una rabbia frastagliata, bellissima.

Rifiuto il gioco quotidiano—
la nostra gabbia, il nostro palcoscenico.

Mi do questa visione—questa missione;
un biglietto da cui non si torna.
L’incompiuto passion play del manicomio—
ancora in fiamme.

Mi tengo immobile
e ascolto—

che cosa era
quella rabbia.

 

-Lente Scura

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Ricordi di Seta Nera

 

La seta nera ha imparato il linguaggio dell'acqua.

Sale lungo la gola come una marea vedova,

Pallido osso di luna sotto una luce annegata —

emerge una volta dal suo pozzo,

 

poi quasi scompare di nuovo.

Sigillata non da un tessuto, ma da tutti gli anni non detti

ammassati come inni bagnati

dentro gli occhi di una vetrata.

 

Ho inghiottito uccelli.

Le loro piccole ali nere battono silenziosamente nel mio petto,

cenere contro il vetro di una cattedrale.

 

E quegli occhi —

sobbalzi, narcotici,

come se il sonno fosse un paese

per il quale ho pagato caro.

 

L'oscurità continua a dipingersi,

pennellata dopo pennellata,

un dio che cancella la sua creazione

con un pollice di velluto.

 

-Lente Scura

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Scoppio

 

Sospesa, lacerata tra il respiro e l’esplosione,
un vaso di porcellana che si incrina—
sboccio bianco d’ossa e di fiato,
un silenzio che si rompe scuotendo i miei nervi.

L’oscurità si avvolge dietro i miei occhi
come un fantasma addormentato ricordato,
e l’aria diventa un grido di guerra
affilato, che mi taglia le costole.

Sono l’urlo intrappolato nel collagene,
il crollo della quiete in frammenti opalescenti,
ogni arto che trema
riecheggia una miccia che brucia al contrario.

In quell’istante, qualcosa si frantuma—
un cuore, un vaso, un giuramento—e c’è luce,
non gentile, ma catastrofica,
che trabocca dalle mie crepe.

Qui, nel mio sbocciare spezzato,
sono insieme ferita e meraviglia,
il battito prima del tuono,
la parola non detta che esplode nel buio.

 

-Lente Scura

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Uccello Nero

 

Il corvo inghiottì il drago intero.

 

A volte, quando apre il becco,

un po' d'oro ne fuoriesce –

non fiamma,

solo il colore di vecchie monete

in fondo a un pozzo.

 

Sono nato su un'isola

dove gli alberi avevano dimenticato le foglie.

Stavano lì come fiammiferi neri,

accesi una sola volta

contro il cielo siciliano.

 

Sono diventato la mia stessa costa.

 

Il mare mi cinge

con un filo bianco,

tirando,

allentando,

tirando di nuovo.

 

Finché le isole non sono

cucite insieme

da ciò che le tiene separate.

 

La terra dei miei sogni scorre

nelle mie vene.

 

Mantiene i suoi appuntamenti.

 

Arriva a ogni stazione

puntualmente,

trascinandosi dietro stanze

piene di nomi

che ho già seppellito.

 

Sezioni trasversali di strati sepolti premono,

spingendo

contro la fronte della terra,

 

Poi tuono.

 

Il mondo si lacera

lungo la sua cucitura nascosta.

 

Aspettava

sotto la mia lingua,

piccolo come un seme,

paziente come la ruggine.

 

La notte riorganizza

la struttura del giorno.

 

Il corridoio si incurva.

Gli specchi fioriscono

con estranei che indossano la mia bocca.

 

Ogni porta si apre

sulla stanza precedente.

 

Continuo a incontrare lo stesso bambino,

 

che porta un uccello nero

troppo pesante

per le sue mani.

 

Quando lo lascia andare,

non vola.

 

Mi guarda

come se fossi la gabbia.

 

 

-Lente Scura

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Bellezza Spezzata

 

Come dovrei vedere il mondo ora?

Attraverso quale lente incrinata

arriva il mattino,

scheggiata, già consumata?

 

Questi giorni arrivano graffiati

come una vecchia pellicola,

con scoppiettii elettrici e granulosi,

come se fossero bloccati nella bobina,

rifiutandosi di risolversi.

 

Si incidono in me

con un inchiostro che non si lava via,

un'insistenza nera

sotto la pelle del pensiero.

 

Sono sbilanciata,

spinta in posizione eretta

come qualcosa destinato a stare in piedi

ma a cui è stata insegnata invece

la grammatica della caduta.

 

Guardo i treni che spingono il tempo in avanti,

bocche di metallo che masticano la distanza,

ogni vagone un ieri sigillato

trascinato obbedientemente verso il domani.

 

Ci riversiamo dentro,

onde di paura, di lussureggiante disfacimento,

che si riversano nelle strette coppe delle ore

come se potessimo bere di nuovo la coerenza.

 

Eppure, ricostruiamo il significato

con dita tremanti,

assemblandolo in fretta, in fretta,

come un bambino che nasconde dei vetri rotti

dentro una tasca di calore.

 

Ciò che desideravo, l'ho scartato:

una cosa luminosa da cui mi sono voltato,

il cui riflesso brucia ancora

dietro i miei occhi.

 

Bellezza infranta:

ritorna,

non come rovina,

ma come specchio rovesciato.

 

La tua immagine, il mio desiderio,

capovolta,

e in quell'inversione

non so più

chi di noi due sta guardando.

 

 

-Lente Scura

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Segno Invertito

 

Sono alabastro—
un inno senza sacerdote,
il collo di un cigno a metà preghiera.

La luce mi accarezza come un bugiardo.
Bacia il silenzio della mia gola,
ma evita il trattino della ferita—
scucita, spalancata.
Una cucitura dove Dio ha dimenticato di finire.

Fiorisco al contrario.
Non fiore, ma rottura.
Non madre, ma miraggio di desiderio.
Le mie mani fluttuano come colombe fallite,
bianche d’ali e nate morte.

Una volta indossavo il cielo—
un vestito di nuvole e febbre.
Ora mi aderisce, pizzo bagnato,
alle costole come un sudario.

Persino il mio silenzio odora di sale.
Lasciate che mi dipingano.
Che mi chiamino santa.
Non vedranno—
la ferita che non sanguina.

 

-Lente Scura

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Lettere Oltre le Cupole

 

Oltre queste cupole celesti,

serrate e suggellate nella loro solenne cornice,

giace la terra dove il mio cuore riposa sepolto ancora—

fragile reliquia avvolta in lettere, ingiallite e macchiate

dalle lacrime del Tempo,

che nessuna stagione avrebbe potuto asciugare.

 

Là, sotto cieli indifferenti,

con meraviglioso distacco contemplo le stelle,

quei chiodi luminosi confitti

nella carne vellutata della notte;

e dai loro fuochi lontani traggo fili invisibili,

legando un'anima tremante a un'altra,

una vibrante ragnatela di echi

che sgorga incessantemente da me.

 

Venite a me, voi tutte, cose buone e malvagie,

voi che accrescete lo spirito

e voi che lo impoverite.

Vorrei conoscere il grido di un sole che implode,

la lenta estinzione della memoria,

che si ripete e s'interrompe

come un solco spezzato sulla ruota del destino.

 

Sono davvero libero di parlare e sanguinare,

di pronunciare una gioia dolce come miele

e una tristezza amara come rame sulla lingua?

E ora mi domando quale patto mi sia stato offerto.

Quale strano dono è questo che chiamano libertà?

Quale promessa risplende nella sua luce lontana,

e quale ferita nascosta accompagna la sua pretesa—

il ricordo della propria terra natale,

e l'esilio della propria mente?

 

Poiché ogni partenza esige un sacrificio.

Andarsene non significa soltanto lasciare un luogo alle spalle,

ma essere strappati alle radici dell'anima,

rinunciando a qualche sacro frammento di sé.

Quale prezzo viene richiesto per la liberazione,

quando il riscatto è la propria essenza?

Che cosa resta di un cuore reciso dalla sua dimora,

se non l'eco del suo antico battito

tra ombre,

rovine,

e dolori custoditi dalla memoria?

 

-Lente Scura

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Abscondita Fabula

 

Sono la pausa tra due battiti del cuore,

la luce morta in una stanza chiusa.

Dove la conoscenza è proibita,

ma non per mancanza di bellezza,

è così che si spezzano gli angeli.

 

Le mie braccia,

due cigni legati dietro la schiena,

sottili e senza ali,

troppo stanchi per volare.

Le mie nocche fioriscono

come lividi nel velluto della notte.

 

Quale madre ha cucito questo silenzio

nelle mie ossa?

Quale dio mi ha dimenticato

nel forno della carne e del midollo?

 

Volevo una fiamma, una tempesta,

qualcosa di più della pelle che ricordasse il tocco,

 

Ma invece,

indosso le mie confessioni.

Fatti di seta filata dalle bocche

di cose non dette.

 

-Lente Scura

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La Città della Speranza

 

La luce della città è bianca,

ronza, punge l'oscurità.

All'inizio non la riconosciamo,

una pressione trema nell'aria,

come se il mondo avesse aperto gli occhi troppo tardi.

 

Bocche appaiono nelle crepe,

gole brucianti, che inghiottono.

Scolpisce il desiderio, la nostalgia nelle ossa,

e il corpo impara a rispondere,

non come un tutt'uno,

ma come qualcosa che si ricompone anche mentre si spezza.

 

Non siamo immobili.

Comprendiamo ciò che ci circonda,

i nostri arti, sottili come domande,

si muovono verso l'alto,

attrazione,

come se il cielo avesse una memoria

più antica della nostra volontà.

 

Le dita si dipanano nel freddo tessuto del cielo.

Per un istante, tutto sembra sospeso

tra ferita e forma,

tra ciò che sorge e ciò che rimane.

 

La speranza è lì,

non come una promessa, ma come una conseguenza,

un livido fragile e luminoso

che non possiamo fare a meno di toccare.

 

-Lente Scura

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Annegando Dentro

 

 

Lei è il sonno.

Questo è ciò che il sonno diventa

dopo che il sogno svanisce.

 

Fossilizzata nel silenzio,

la schiena piegata come una preghiera,

le mani svuotate dal desiderio.

 

L’aria la stringe

come un genitore crudele—

troppo forte, troppo a lungo.

 

Il suo sguardo è pallido,

una candela spenta,

eppure brucia

chiunque la guardi.

 

Così appare il silenzio

quando si mette un vestito

e aspetta di essere chiamato.

 

-Lente Scura

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Elegia di Ciò che Resta

 

Gli anni non camminano. Muoiono di muta.
Un bianco mantello pende dal gancio dell'inverno.
Il calendario perde un'altra pagina,
e le stanze si fanno più grandi
con l'assenza.

La tua voce non fu mai un miracolo—
solo una tazza sul tavolo,
un cucchiaino contro la porcellana,
un suono familiare
fra tanti altri.

Ora brilla sotto le acque della memoria,
una moneta caduta oltre ogni recupero,
intoccabile nella sua piccola luce,
splendente della ruggine
del desiderio.

 

Com'è avido il cuore.
Conserva ricevute di giorni scomparsi,
custodisce frammenti in cassetti chiusi:
uno sguardo, una risata,
una frase spezzata.

La ragione arriva con la scopa in mano,
spazzando gli angoli dai fantasmi.
Eppure la polvere del tuo ritorno
continua a posarsi
su ogni cosa.

I morti non stanno sotto la terra.
La terra è soltanto il loro travestimento.
Attendono negli specchi e nei pianerottoli,
nei cappotti lasciati appesi
accanto alla porta.

Emergono dai luoghi più impensati:
dalla carne livida di una melodia,
da un profumo sciolto nell'aria tiepida,
da una strada
ricordata dai piedi.

Poi, all'improvviso, gli anni crollano
come lanterne di carta sotto la pioggia,
e tu sei lì davanti a me—
non vivo,
il che sarebbe più misericordioso.

Invece ardi dentro il ricordo,
figura costruita con luce presa in prestito.
La memoria non può risuscitare i morti;
sa soltanto forgiare
apparizioni.

Perché la perdita non è l'arte dell'oblio.
È portare con sé l'impossibile:
una casa abitata dagli echi,
un cuore
sovraffollato di fantasmi.

 

-Lente Scura

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La Luna Spezzata

 

Sotto lo schiudersi della luna—
mi raccolgo tra le mie braccia tremanti,
come se queste fragili membra potessero svanire
e lasciarmi dispersa nell’oscurità cieca
che respira così dolcemente, intera.

Nessun vento mi accompagna,
come se la creazione si fosse arrestata a segnare il mio pensiero.
Sopra, quell’astro spettrale—un tempo mite, pallido—
ora porta un volto indifferente
e mi fissa nel suo sguardo vuoto.

Cosa sei ora, o luce un tempo amata?
Non ti cercavo forse nelle ore più quiete,
quando la speranza, seppur tenue, tornava a me
come le maree sotto la tua guardia d’argento?
Non distolgo lo sguardo.

Vi fu un tempo in cui avrei potuto piangere o fuggire,
o abbassare gli occhi per evitare la tua verità;
eppure qualcosa di più freddo si posa nel mio petto—
una conoscenza solenne, severa e assoluta,
che ciò che è spezzato non vivrà ancora.

Vissi io forse sotto un cielo più benigno?
Mi furono compagni i sogni, dolci come la luce della sera?
Ma ora taccio, come chi legge il proprio destino certo
e non vi trova errore, se non nel suo compiersi.

O luna spezzata, specchio dell’anima mia,
tu non mi mostri soltanto la mia fine, ma questo:
che nella tua rovina scorgo la mia,
e sapendolo, non posso voltarmi,
ma svanisco con te nella notte senza fine.

 

-Lente Scura

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Piccole Verità

 

Il pensiero è una cosa morta nella mia bocca.
Lo porto con cura,
Il suo peso freddo
Che batte contro i miei denti.

Il mondo che conoscevamo si è spogliato di sé.
Pelle dopo pelle dopo pelle.
Nervi bruciati
Sotto un cielo chirurgico.

Stendiamo le nostre anime tra le rovine —
Un regno già sepolto,
Il successivo nato dalla morte,
I suoi polmoni che si riempiono di fuliggine e inni.

Il tempo è oscurato, si nutre.
Entra attraverso gli occhi,
Attraverso la morbida maschera che cuciamo sul terrore,
E ci beve dall’interno verso l’esterno.

Eppure indossiamo i nostri volti ben esercitati.
Eppure intrecciamo le mani con cura
Sopra il livido della consapevolezza.

Un dio furioso, ulcerato —
Che la morte non è la fine,
Ma soltanto la prima stanza.

Che nasciamo portando la nostra estinzione
Come un seme nero sotto la lingua.

Le nostre ferite stillano luce di luna.
Fredda argentea sottile confessione.

Si riversa sui nostri volti.
Tutto ciò che era nascosto comincia a brillare.

Ed eccola, infine:
La terribile piccola verità
Rannicchiata al centro di noi,
In attesa.

 

-Lente Scura

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Respirare i Fumi

 

Io sono,
gola di cenere, bocca di sangue—
una pallida lama che fende il nero,
bevendo il vapore freddo,
un bacio d’etere.

Come mi ama il fumo—
dita azzurre che intrecciano merletti ciechi
sul mio volto spento,
uno stelo vuoto che fiorisce di respiro.

È questa la mia eredità
Il fantasma esalato,
la piccola morte
che si avvolge come un rosario
intorno al mio capo: un alone d’oblio.

Sono pensiero incarnato,
peccato in una cattedrale.
Mi sporgo nel vuoto,
prima la lingua—
un petalo rosso che si offre alla fiamma.

Madre dell’assenza, figlia della nebbia—
guarda come svanisco
sotto il velo narcotico.
Cosa resta di me ora,
se non la fame dell’aria

 

-Lente Scura

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Mondo Fratturato

 

Un tempo—ah, un tempo—fu;
un tremore, una scintilla nell’abisso—
ma ora giace sepolto, per sempre sigillato,
una porta murata in una notte senza suono.

La terra natale—perduta!—
travolta dalla marea nera del Tempo,
il suo nome un sussurro divorato,
la sua forma un’ombra non più ricordata.

Nessuno specchio può sostenermi—
il vetro, atterrito, trema alla vista;
e ciò che evoco dagli abissi della mente
non è che un fantasma—luce che inganna il vuoto.

Fu il Fato—spietato, inscrutabile—
a gettare il dado della nostra rovina?
A plasmarci in carne fragilissima,
eppure intrisa di una tintura di menzogne?

Così ci consumiamo nella cupa stanza del pensiero,
le nostre menti contratte—sempre più in dentro—
mentre la Speranza, pallido spettro, viene strangolata
da un filo sottile come la disperazione,
il suo sussurro affilato in lama.

E ancora—ancora!—travagliamo sui nodi che ci legano,
attraverso ore che marciscono in anni,
le dita consunte fino al nervo e al dolore
nell’ansia febbrile di nominare le nostre catene.

E lo chiamiamo—follia!—onore:
questo lento, funebre disfarsi
di ciò che è insieme maledetto
e terribilmente sacro.

 

-Lente Scura

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La Mia Religione è L'arte

 

La mia religione è l’arte.
L’arte è la mia religione:
una febbre sotto la pelle,
non un inno ma un’incisione,
una luce intima e feroce
che divora il silenzio,
divora il sonno.

Mi inginocchio comunque:
mani piene di ore,
bocca piena di cenere e desiderio,
un cuore sottile, fragile
che continuo a offrire,
come se potesse rispondermi
con qualcosa che resti—
qualcosa che non ceda all’alba.

La maschera:
vetro sottile, che sorride.
L’ho fatta io.
Bene.
Calza come un secondo volto,
lucidata per il loro sguardo,
dura come un respiro trattenuto.

Ma sotto,
qualcosa pulsa—
nudo, disordinato,
una creatura che non impara l’obbedienza.
Graffia piano.
Aspetta.

La mia ombra esce al posto mio,
ben illuminata, composta,
mentre io resto dietro la tenda,
piccolo, elettrico,
inaudito,
come un pensiero
inghiottito a metà frase.

Il mio Dio—
non padre, non conforto,
ma una vasta assenza che ascolta
e si avvicina.

Se l’arte è la mia preghiera,
Tu sei il silenzio che segue—
denso, senza scampo.

Ti inseguo nelle immagini,
nelle parole che brillano e si spezzano,
in una bellezza che si consuma tra le mie mani.

Eppure—nulla si risolve.
Solo corridoi. Solo echi.

Sei la mano o la ferita?
Abito in ciò che amo,
o in ciò che non oso nominare?

Resto sospeso—
diviso esattamente a metà:
devozione da una parte,
dubbio dall’altra.

Creo, e temo la risposta.
Perché nell’opera ci sono io,
finalmente senza maschera,
doppiamente oscuro,
teso verso qualcosa di infinito
che non consola
e non mi libera dal fuoco.

 

-Lente Scura

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Grafico a Linee


Il bambino che ero
Divorato dall’adulto che sono ora
Il blu del mare che definiva
Ora miglia di storia e pietre che graffiano il cielo
Ci piace chi siamo diventati
Giochiamo ancora senza paura alla luce del giorno
Sul treno lascio che il suo peso mi trascini
Allunghi e tiri la mia memoria come una linea
Sospirando e cadendo da un punto all’altro
La SOMMA di tutto questo.

 

-Lente Scura

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La Veglia della Memoria

 

Quando avvenne il risveglio—
Nella mente una facoltà ignota prima d’allora?

Perché la gioia sola possedeva il cuore,
Luminosa eppure incauta;
Essa indugia solo un poco,
E non chiede monumento al tempo.

Si cede ai passanti istanti,
Come la luce del sole cede all’aria della sera;
Contenta di svanire senza lasciare traccia
Nei silenziosi campi della vita.

Ma venne il dolore, come deve venire,
Ospite oscuro e non invitato,
E posò la sua mano fredda e paziente
Sul tremante petto dell’uomo.

Non si lasciava andare come la gioia;
Non conosceva rapido sollievo.
Rimase nel cuore ferito
E smosse le profondità del pensiero.

Il cuore ferito si volse indietro
A ciò che l’ora crudele aveva tolto,
E in quello sguardo indietro e desiderante
Sorsero le prime oscure forme della Memoria.

Così la Memoria fu figlia del dolore:
Nata dal desiderio che la perdita non fosse definitiva,
Che potesse essere ancora trattenuta,
Anche solo come ombra tremante nella mente.

E così, nel silenzioso Vuoto,
Dove tutti i nostri istanti viventi cadono,
Non è la gioia ciò che più persiste—

Ma l’eco del dolore,
Che si ripete ancora,
Onde nell’alba della Memoria—
La stessa.

 

-Lente Scura

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Silhouette in Ambra

 

C’è un canto dentro questa luce,
una nota dolce e incrollabile,
come il primo respiro dell’alba.

Il mio corpo si piega su sé stesso—
non nel dolore,
ma nel silenzioso riconoscimento
che persino le ombre
sono intessute di calore.

La musica dentro di me indugia,
i suoi echi si sollevano come braci,
avvolgendomi come memoria—
come una voce che promette
che i canti dimenticati torneranno,
risplendendo nel bagliore dell’ambra.

 

-Lente Scura

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Il Vento Senza Confini

 

Devo lasciare la presa del sole—
i suoi denti gialli ancora nella mia pelle,
le sue dita lunghe, sottili come midollo
che trascinano luce sulle mie ossa.

Non con la netta incisione della rabbia,
né con la bocca umida del rimpianto—
ma come una vena che si fa silenzio,
un polso che balbetta fino all’assenza.

Un giorno ingoierai anche tu questo silenzio,
lo sentirai mettere radice—
uno stelo nero che spacca la gola—
finché l’ora si strozza in: basta.

Lascialo cadere in strisce di luce. Lascialo sanguinare.

Lascialo andare.

Le voci—quegli uccelli di ferro—
hanno nidificato troppo a lungo nelle tue costole,
parole intrecciate come lacci,
piccole prigioni lucenti che addolciscono la gabbia.

Spezzale.

Non sei un vaso sigillato e in attesa,
né un barattolo con il cielo sotto coperchio—

Sei il vento—
feroce, sciolto—
già in fuga
attraverso ogni mano che dimentica di non poter trattenere l’aria.

 

-Lente Scura

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Sopra e Sotto

 

 

Sono diviso e spaccato,

un riflesso rovesciato,

una metà che brilla di anticipazione,

l'altra scavata dal silenzio.

Io tra loro, una linea irrisolta.

 

Il respiro che trattengo si allunga verso l'alto,

ali leggere che non saprò mai come indossare.

E il peso sotto i miei piedi,

la terra che tira.

 

Sopra e sotto,

due voci pulsano nel mio petto,

una che canta del divenire,

l'altra del disfare.

 

-Lente Scura

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Ma Sognare

 

Io voglio soltanto sognare,
scivolare oltre il velo del risveglio,
una fuga silenziosa,
il lieve risveglio delle onde sulla pelle.

Oltre il nero drappo della Notte
l’aria si fa vasta,
vellutata, cosparsa di luce—
un teatro dove il silenzio
si apre e respira in me.

Eppure, queste stelle insonni—
nel buio, un coro di bocche chiuse,
canta senza suono,
avvolgendomi nella sua liturgia.

Eccomi votivo,
una fiamma senza fumo,
il volto inclinato in alto
verso il silenzio dei cieli,
come se Dio potesse chinarsi,
per ascoltare.

 

-Lente Scura

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Singolare Voluttà

 

Confesso—vi è in me un diletto quanto mai singolare,

Nato non dalla gioia, ma dalla sensazione stessa—

Il solenne velarsi,

Il lento disvelarsi,

Di ciò che un tempo fu innocente,

E che ora ritorna, trasfigurato, a schernire la propria forma passata.

 

Mi lacera—sì, mi lacera interamente—

Questa fragile e tremante rovina che abito;

Questo cuore ferito, che fatica e si affanna nel mio petto,

Un inquieto congegno di brama insaziabile,

Mezzo affamato, e mai concesso alla quiete.

 

E tuttavia—non sono cieco alla mia stessa afflizione.

Conosco fin troppo bene l’architettura del mio soffrire.

Poiché dentro di me si solleva un mare vasto e tempestoso,

Le cui maree sorgono senza invito,

Le cui onde si infrangono con spietata violenza

Sulle fragili rive della ragione.

Tempeste simili—

Rendono gli uomini inadatti alla tenerezza,

E crudeli nel loro desiderare.

 

Così sono condannato—

A vagare in un esilio inquieto dell’anima,

Fra passione ardente e un’invidia lenta e corrosiva—

Di un calore sincero,

Di una bellezza senza peso,

Di quella grazia ineffabile che tu possiedi

Senza conoscerne la tirannia.

 

E così mi ritraggo—

Non nella pace, ma nella creazione.

Là percorro i campi aspri e sterili del pensiero,

Trascinando alla luce significati grezzi e informi,

Come se uno strumento acuto e spietato

Potesse ancora scolpire dall’abisso del silenzio

Una musica profondamente mesta—

E ultraterrena.

 

 

-Lente Scura

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Carillon

 

Sento le sirene

riposte nei carillon

molto prima che si aprano:

gole d'argento,

polmoni di rame,

denti d'acciaio

intonano il loro inno.

 

Risuonano sotto il silenzio

finché l'aria stessa

non ne impara il ritmo.

 

Mi conducono in una danza

verso le labbra umide

di una verità senza nome,

dove caos e simmetria

condividono la stessa mano,

nutrendo la bestia

che scambia l'appetito

per il destino.

 

Lo spettacolo inizia

prima ancora che il sipario si ricordi di alzarsi:

vene infiammate

da un'incandescente adrenalina bianca,

un rossore febbrile

che sboccia sotto la mia pelle,

mentre bevo

da un calice di comunione pieno di veleno,

servito

con un sorriso zuccherino.

 

Spingimi.

Voglio che il mio cuore

si frantumi contro la gravità.

 

Un pugno.

Un dolore.

Un sussurro

per ricordarmi

che la terra

continua a reclamarmi.

 

Da qualche parte, dentro,

sotto il rivestimento di velluto,

sotto l'ottone lucido,

un meccanismo meraviglioso

mantiene la sua promessa impossibile,

girando senza pietà,

girando incessantemente.

 

E noi,

spaventati dal suo intricato canto,

levighiamo gli ingranaggi,

rinominiamo la melodia,

ricostruiamo il carillon

finché non canta

nient'altro che il nostro riflesso.

 

 

-Lente Scura

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Un Altro Paese

 

C'è un paese
che appare solo dopo il crepuscolo,
cucito con i fili allentati
delle cose mai dette.

 

I suoi fiumi sono fatti
di respiro raffreddato.
I suoi alberi portano frutti pallidi
che si ammaccano al tocco della memoria.

 

Perfino gli uccelli
volano come se trasportassero frammenti di ieri
per foderare i loro nidi—
un mosaico di memoria.

Ci siamo addentrati lì
senza accorgercene.
La strada si è dissolta sotto i nostri piedi,
granello dopo granello,
finché non è rimasta
che la strana morbidezza
del camminare nella distanza stessa.

Il tuo volto affiora
come la luna
sotto acque profonde—
intero,
ma mutato dal peso
di ciò che ci separa.

Ti chiamo.

Il suono si schiude
come un fiore bianco d'inverno,
petalo dopo petalo,
poi si richiude
prima di raggiungerti.

Qualcosa d'invisibile
è cresciuto intorno a noi.

Non un muro.

Piuttosto la brina
che trova ogni venatura di un vetro,
argentando gli spazi limpidi
finché il mondo diventa
il riflesso di sé stesso.

Si raccoglie
lungo il profilo delle tue spalle,
incerto
se oltrepassarlo.

 

Penso che da qualche parte
debba esserci una cucitura—
un punto allentato
nel tessuto di questo silenzio—
ma ogni filo che sfioro
si sfilaccia in un altro orizzonte.

E tuttavia
c'è questo fragile ciglio,

sottile come il bordo
di una foglia che trattiene la pioggia,
tagliente come il ghiaccio
che si forma sotto l'acqua limpida,
vasto come il respiro
fra due animali addormentati

che sognano,
forse,
la stessa foresta,

eppure si risvegliano
con i suoi rami
che crescono in direzioni diverse,

senza udire
le radici sottostanti.

 

-Lente Scura

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Sogno del Corvo

 

Il ghiaccio ha una melodia mutevole—
una bestia ferita
che implora verso il crollo
attraverso gli anni.

Sigillato sotto lenzuola d'inverno,
qualcosa si liberò d'un tratto,
esalando l'inverso della luce,
riscrivendo il corpo dal midollo verso l'esterno.

Ciò che restava del drago
si levò in un corvo dalle ali nere di fuliggine,
portando una lingua troppo immensa per la bocca.
Qualcosa di più antico del respiro
mi aveva scelto come suo strumento.

E il sonno aprì un paese nascosto
dove le visioni mi nutrivano di stelle.
Finché la mia forma
dimenticò i propri confini.

Tutto ciò che avevo chiamato «io»
fu trascinato da un fiume senza rive,
scuro come inchiostro versato,
così rapido da portare via perfino il silenzio.

 

-Lente Scura

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Oltre l'Imperium

 

La pressione fiorì, umida e immobile,
contro la torre che il mio spirito eresse;
il suo gonfiarsi insegnò alla mia volontà prigioniera
la prigione forgiata dalla propria paura.

Cercava un regno che nessuna legge potesse legare,
dove i cieli della passione non conoscessero confini;
nessuna gioia né desiderio potevano saziarlo—
il consumo reclamava l’anima per sempre.

Vuole l’intera gola bianca del cielo,
questo appetito senza nome;
quanto gloriosa è la sua ascesa febbrile,
la sua breve fiamma che divora sé stessa.

 

Ogni stadio ardente cadde via,
un io passato consumato nel volo;
oltre le altezze del fiero Icaro arsero,
lungo il margine spettrale della luce.

In te riconobbi quelle parti disperse,
da tempo consumate, distaccate, eppure mie;
il loro fervore nutrì il mio cuore ascendente,
le loro ceneri sopravvissero al loro breve destino.

Poi tutto ciò che si era gonfiato fu richiamato indietro,
come gli oceani cedono alla luna;
il mondo posò allora un solo dito immobile,
e soffocò troppo presto il mio cuore canoro.

 

-Lente Scura

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Il Falso Sogno

 

Perché io non scivoli in quel sonno di ferro,
questa quiete messa in scena, questo silenzio contraffatto—
destami con un sogno che mente,
un sogno che conosce l’anatomia della luce
e la cuce sotto la mia pelle.

Guarda come sono disposta—
né dormiente né desta,
ma drappeggiata come una domanda
a cui nessuna bocca risponderà.

Il lenzuolo mi ricorda nelle sue pieghe,
il panno azzurro si livida nell’ombra.
Le mie membra—
prestate, raccolte, trattenute—
come se sapessero qualcosa
che rifiuto di nominare.

 

Sopra di me, qualcosa aleggia—
una forma pallida, colma di un respiro antico,
a metà formata, a metà fuggita,
come se l’anima provasse la partenza
senza compierla.

Il buio non è vuoto.
Preme, paziente,
dolce come una promessa di sparire.
Dice: riposa.
Dice: diventa più piccola del tuo contorno,
più piccola del dolore di essere vista.

Destami falsamente—
accetterò la menzogna.
Dammi un sole che bruci senza verità,
un mattino steso sottile come latte.
Lascialo colare sul mio corpo
e chiamalo vivere.

Perché io sono deliberatamente perduta—
sono uscita dalla mappa dei nomi,
dal censimento tagliente del tatto.
Non trovarmi con la tua luce accurata.
Non fissarmi in un significato.

Solo—
tienimi lontana da quel silenzio perfetto,
da quel sonno finale, senza cuciture,
dove perfino i sogni rifiutano il loro compito
e il corpo dimentica
come rialzarsi.

 

-Lente Scura

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Svanire

 

C’è quel peso.

Si preme nel ventre,

Un ammasso di pietre fredde,

Una dopo l’altra,

Cose mute e ostinate.

 

Ti riempiono.

 

Ti danno una forma—

Un puzzle storto,

Pezzi forzati insieme nel modo sbagliato,

Una rovina astratta sparsa sul tavolo della cucina.

 

La lampada ronza.


Il tè macchia la tazza.

La marmellata luccica sul pane tostato

Come qualcosa conservato oltre il proprio desiderio.

 

Fuori, le luci lampeggiano e lampeggiano,

Stelle nervose legate ai fili.

 

Si riversano su di te

Mentre bevi il Tempo

A sorsi amari.

 

Scorre sulla pelle,

Sugli angoli affilati,

Sui punti che un tempo trattenevano e laceravano.

 

Lentamente,

Ti leviga.

 

Un tempo frastagliato, ora liscio.

Gli spigoli perdono il loro nome.

 

E tu—

 

Diventi qualcosa di plasmato,

Lucidato dall’essere sopravvissuto.

 

Poi,

Scivoli via.

 

 

-Lente Scura

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Pieghe

 

Le molte pieghe si mossero lievemente
In giallo, verde e sfumature di crema;
Un dolce fremito riempiva l’aria,
Come musica lontana in un sogno.

Poi venne una pausa—
Così lieve, così breve—
Il quieto schiudersi della notte
Per attirarti dolcemente dentro
Con un unico respiro argentato.

Assaporai allora la dolcezza
Dell’immobilità che lentamente colava
Da minuscoli fori di spillo
Nel mantello che si espandeva,
Mentre i suoi bordi delicati fluttuavano
Sotto il cielo scuro e silenzioso.

 

-Lente Scura

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Lo Sono La Montagna

 

Io sono la Montagna—
non coronata dal silenzio, ma dal divenire;
una forma vasta e vivente
dove terra e spirito si incontrano.

Io parlo—non con timore,
ma con voce portata dai venti,
nelle notti in cui il mondo si scioglie
e il cielo si china ad ascoltare.

Nel profondo del mio cuore di granito,
dove il tempo si dissolve in sogno,
si muove una corrente nascosta—
un flusso inquieto e vivo.

Io stillerò—
non come rovina, né come decadimento,
ma come il cedere di ciò che non può restare contenuto:
un quieto dischiudersi,
la mia dolce confessione al mondo.

 

-Lente Scura

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Fiore Pulsante

 

Queste fragili e arrossate pieghe di rosa cartacea,
Come pallida spuma marina sotto una luna morente,
Tremano d’una dolcezza appena percepibile—
Un tenero palpito, simile al respiro del sonno,
Che si gonfia e si ritrae sotto l’occhio del giorno.

Quale segreta alchimia dimora in te,
Che i cuori si colmino d’una sì improvvisa dolcezza?
E quale ritorno viene offerto alla devozione
Così silenziosamente deposta sulla tua forma?

È forse la bellezza ciò che ci incatena così?
O l’oscura soddisfazione del possesso?
Amore, forse—
O quel fantasma più febbrile, la lussuria?
Accettazione, fredda e sacra come la tomba?

Poiché tu appartieni a quei misteri che si muovono
Inuditi, invisibili—eppure cantano nel vuoto,
E danzano oltre lo stretto confine dello sguardo mortale.

Credo che rimarrò per sempre ignaro
Di quelle acque profonde che scorrono nel tuo petto,
Oltre le camere nascoste dove nessuna anima può entrare.
Là, entro giardini luminosi e solitari,
I fiori ardono eterni nella loro fioritura,
E pozze di pallida luce si raccolgono, traboccano e sanguinano.

 

-Lente Scura

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La Luna Dormiente

 

La rabbia un tempo ardeva con uno scopo—
un vangelo caldo e accecante in cui credevo,
la sua fiamma leccava il midollo,
la sua voce più forte del sonno.

Ora si è assottigliata in veglia—
notti tese come filo, vibranti,
nessuna fiamma, solo il bagliore sterile
di qualcosa che si fa chiamare pace.

Accettazione, la chiamano—
ma è vuota, un guscio di zucchero,
che crolla al tocco della lingua,
dolce solo perché è niente.

E nei miei occhi—
non il sole, mai il sole—
ma una luna, fissa e pallida,
inchiodata al buio,
che si rifiuta di muoversi.

 

-Lente Scura